le fiabe e le leggende

 

 

 

Il Vecchio e la Rupe

Sardegna

 

Tanto tempo fa, ai piedi di una montagna, c'era uno strano villaggio dove i vecchi non raccontavano fiabe ai bambini. E non perché i bambini non volessero ascoltare le fiabe più belle del mondo, ma perché semplicemente non c'erano vecchi, neppure uno. In questo strano villaggio non sapevano proprio che farsene dei vecchi. «A cosa servono i vecchi?» si domandavano i più giovani e forti. «Non possono condurre l'aratro nei solchi, perché le gambe non li reggono, e neppure mietere il grano, perché non riescono a impugnare le falci. Sanno solo mangiare a sbafo e sonnecchiare davanti ai fuochi nei camini. E poi di notte russano, e sono pieni di acciacchi, non fanno che lamentarsi e a volte parlano da soli. Danno fastidio!». Perciò, quando un uomo diventava tanto anziano subito veniva portato in cima a una rupe e fatto precipitare in un profondo burrone chiamato Muccidorgiu.

 

Fu così che in una fredda mattina autunnale, anche il vecchio Bobore si preparò a seguire suo figlio Antonicheddu in cima alla rupe. Antonicheddu gli fece indossare il cappotto e poi lo accarezzò sulla guancia: «Mi dispiace Babbu...ma questa è la Legge». Bobore chinò il capo e seguì il figlio lungo il sentiero che saliva zigzgando tra gli arbusti di ginepro e i massi di granito. Quando furono a metà del cammino, Antonicheddu si accorse che suo padre aveva la fronte imperlata dal sudore e il fiato corto e allora gli propose: «Se vuoi ti porterò sulle mie spalle...» «Perché? » disse Bobore, appoggiandosi sul tronco di una quercia, «Hai forse tanta fretta, di buttarmi dabbasso?». I due ripresero a salire, e quando giunsero in cima alla rupe Bobore volse lo sguardo verso le terre in basso, dove i campi erano stati dissodati. Fiutò a lungo l'aria, guardò attentamente in cielo, dove non si vedeva neppure una nuvola, e poi scosse la testa. Ma visto che ai suoi pensieri da vecchio nessuno dava importanza,tenne per sé le sue riflessioni e voltando le spalle ad Antonicheddu si portò sull'orlo del burrone Muccidorgiu. Il figlio respirò a fondo e allungò le mani verso Bobore, per spingerlo dabbasso, ma subito le braccia gli ricaddero lungo i fianchi. Ci riprovò ma ogni volta che le sue dita sfioravano la schiena curva dell'anziano padre, un'infinita tristezza si impadroniva del suo cuore. Con le lacrime agli occhi disse: «Non posso farlo, Babbu! Con che coraggio potrei levare la vita a chi la vita mi ha dato?». Bobore gli si avvicinò e gli passò la mano tra i capelli, proprio come faceva quando Antonicheddu era ancora bambino.

 

In quell’istante al ragazzo venne un’idea, si caricò sulle spalle il vecchio, imboccò un sentiero che solo lui conosceva, e si addentrò in una fitta macchia che nascondeva una piccola caverna dove lasciò il padre. Fu così che Antonicheddu tornò in paese e disse a tutti di aver spinto Bobore nel precipizio. Ma da quella stessa notte, una settimana sì e una settimana no, uscì di nascosto da casa e portò all'anziano padre tutto il necessario per sopravvivere. Passarono in questo modo l'autunno, l'inverno e la primavera. E proprio come Bobore aveva previsto, fiutando l'aria e guardando il cielo in cima alla rupe, neppure una goccia di pioggia cadde sui campi seminati a grano. Sul finire di una notte d'estate Bobore dopo aver di nuovo fiutato l'aria e guardato il cielo, scosse la testa e decise di tenere per sé i suoi pensieri da vecchio. Di nuovo le stagioni che vennero furono così avare di pioggia che la terra riarsa si spaccò sotto i raggi del sole.

 

Quando l'estate prese il posto della primavera, il giovane si ripresentò da suo padre con l'aria mesta e la bisaccia semivuota: «Neanche una spiga nei campi, Babbu!» si lamentò. «I granai sono vuoti, le provviste consumate e se non pioverà non so proprio come andremo a finire...Ho paura che non riuscirò a portarti altro per chissà quanto tempo se non si deciderà a piovere». «Non preoccuparti», ribatté l'anziano padre, «Io so badare a me stesso». Solo in quel momento Antonicheddu si rese conto che Bobore, a differenza di lui che era diventato tutto pelle ed ossa, non era affatto dimagrito. Anzi il suo viso, incorniciato da una barba candida come la prima neve, era roseo e paffuto come mai lo era stato.

 

Quando finalmente il cielo si aprì e l'acqua si rovesciò a catinelle sui campi assetati, Antonicheddu tornò dall'anziano padre con la stessa espressione mesta sul viso, si sedette vicino al fuoco e allargò le braccia sconsolato: «Ora che la terra è di nuovo fertile non abbiamo più sementi da seminare, per la gran fame, Babbu, le abbiamo mangiate tutte! I giovani si sono lasciati andare alla disperazione e il digiuno li ha talmente indeboliti che non riuscirebbero a guidare l'aratro e a impugnare le falci neanche se ce ne fosse bisogno...». Bobore pensò allora che fosse venuto il momento di svelare il segreto che lo aveva mantenuto florido e paffuto per tutto quel tempo. «Non sempre c'è bisogno di falci e aratro» disse «per placare i morsi della fame». Fece cenno ad Antonicheddu di seguirlo tra i cespugli di lentisco e gli indicò un grande formicaio. «Scava lì» ordinò. Il giovane obbedì e con sua grande sorpresa trovò sotto terra le provviste che le formiche avevano spigolato nei campi e messo da parte nei loro magazzini. Era appena un pugno di grano, ma di quei formicai ce n'erano molti sparsi un pò dappertutto!

 

Così, il giovane corse al villaggio e comunicò a tutti la buona notizia, presto avrebbero avuto tanto grano che sarebbe bastato non solo per la semina, ma anche per sfamarsi in attesa del nuovo raccolto. In quanto al vecchio Bobore, non appena la gente seppe di dovere a lui la propria salvezza, venne condotto in trionfo sino alla porta della sua casa. E nessuno, da quel giorno si sognò più di protestare se dormicchiava davanti al camino, se si lamentava per i suoi acciacchi e se ogni tanto parlava da solo. Lui e tutti i vecchi non sarebbero più stati gettati nel precipizio, perché erano una di esperienza e di saggezza. I più felici però non furono né i vecchi né i giovani, ma i bambini: finalmente avrebbero potuto ascoltare dai loro nonni le fiabe più belle del mondo.

 

 

 

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salvino sagone

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